Per arrivare a Palma di Mallorca

Io e Marta quando eravamo al liceo abbiamo fatto insieme un po’ di viaggi. Volevamo dimostrare al mondo di essere adulte e prendere aerei da sole era il nostro modo per farlo. Erano tempi oscuri in cui i cellulari non avevano Google Maps e non capisco davvero come facessimo a sopravvivere senza perderci ogni volta che uscivamo dall’albergo perché il nostro senso dell’orientamento era ed è tuttora pari a zero. Sceglievamo le mete in base alle offerte Ryanair – una cosa che vorrei dire che ho smesso di fare ma ancora delle volte mi faccio fregare, come quando abbastanza di recente ho prenotato per Bratislava, città grossomodo inutile che però vi racconterò un’altra volta – e camminavamo tantissimo, facevamo decine di chilometri ogni giorno e l’obiettivo era vedere ogni museo e ogni chiesa e ogni monumento ed era stancante, una fatica assurda e del tutto innecessaria, un’idea insensata di vacanza, però era divertente, e sempre quando ci chiamiamo con Marta ci ricordiamo qualche aneddoto di quei viaggi un po’ improbabili, come quella volta a Monaco di Baviera che abbiamo bevuto da una fontanella dove poi abbiamo letto “Acqua non potabile” e ci siamo convinte di aver contratto il colera o qualcosa del genere, e per risolvere la cosa la sera tornate al B&B abbiamo preso un’Enterogermina. (N.d.A.: la regola aurea di mia madre è che ogniqualvolta ci si allontana da casa per un lasso di tempo superiore alle 72 ore bisogna portarsi dietro l’Enterogermina. Contravvenire a questa regola comporta, senza eccezioni, la tragedia intestinale.)

Poi c’è stata l’Università, sia io che lei avevamo altri modi per dimostrare di essere adulte e i nostri viaggi sono diventati meno frequenti, finché l’anno scorso, diventate adulte per davvero, al telefono per lamentarci del lavoro e delle nostre ambizioni deluse abbiamo deciso di andare a Palma di Mallorca, che mai avremmo scelto a diciotto anni in quanto davvero troppo poco culturalmente impegnata per noi ragazzine piene di ideali e di libri sul comodino.

Dopo un pomeriggio di valutazioni abbiamo preso i biglietti e prenotato quattro giorni in un ecomostro bianco candido affacciato sul mare, albergo lussuoso che mai ci saremmo permesse in piena stagione, ma scegliere di andare in una località di mare ad aprile offre anche qualche vantaggio.

Il giorno della partenza ho preparato il bagaglio a mano avendo cura di non metterci dentro neppure una maglietta a maniche corte, cosa di cui mi sarei pentita poche ore dopo, perché a Palma faceva un caldo assurdo come dimostrato dal fatto che mi sono bruciata la fronte. Sono uscita puntuale, una stranezza, perché io puntuale non lo sono per niente, non lo sono mai, aspetto sempre per iniziare a prepararmi almeno sette minuti più di quanto dovrei, mi sopravvaluto di continuo, penso di poter percorrere in dieci minuti tragitti che ne richiedono almeno trenta, mi sono presentata in ritardo alla discussione della tesi il giorno della mia laurea e sono arrivata dopo gli invitati a ogni mio compleanno, e mi dispiace quando arrivo in ritardo, ma non posso proprio, non riesco a fare altrimenti, e invece quel giorno di metà aprile sono uscita puntuale, sono arrivata a Termini e ho preso il Leonardo Express senza correre, ho scelto con cura un posto a caso, ho tirato fuori la Settimana Enigmistica e ho completato un deludente Bartezzaghi. A Fiumicino, scesa dal treno, mi sono accorta come sempre di non sapere il terminal, perché sono dieci anni che vado a Fiumicino ma qualcosa mi impedisce di memorizzare quale è il terminal dei voli internazionali e quale quello dei voli nazionali e allora sono arrivata dove ci sono quelle lavagne con tutti i voli per leggere dove andare, T1 o T3, e mi sono messa a cercare il mio volo e il mio volo non c’era, ho riletto tutti i voli quattro volte e non c’era e mi sono detta “Bo, si saranno dimenticati di inserirlo”, e poi mi è venuto un dubbio, mi sono detta “Ma ho sbagliato qualcosa? ho sbagliato giorno? ho sbagliato ora?” e ho aperto il biglietto ma l’ora era giusta e il giorno era giusto e però rileggendo anche quello quattro volte mi sono accorta che invece era sbagliato l’aeroporto, perché l’aereo partiva da Ciampino. Allora mi sono messa a correre e sono uscita fuori davanti a un terminal che non so quale fosse, ho fermato un taxi e quello mi ha detto “Non si prendono da questo terminal i taxi, si prendono laggiù”, e laggiù era lontanissimo, un punto a cui io non avevo il tempo di arrivare, perché erano le 12:20 e l’imbarco chiudeva alle 13:10 in un altro aeroporto, e allora ho fermato un altro taxi e quello mi ha vista disperata e mi ha detto “Ma dove devi andare”, e ho risposto “A Ciampino”, e quello fa “Hai sbagliato aeroporto”, e io dico “Sì”, e lui dice “Hai fatto un bel casino”, e io dico di nuovo “Sì”, e lui “A che ora devi essere lì”, e io “Il gate chiude alle 13:10”, e dice “Sali, in mezz’ora sei a Ciampino”, e salgo su questo taxi e andiamo a una velocità folle, una velocità che io ho pensato che il mio futuro si riduceva a due sole possibilità, prendere quel volo o morire di incidente stradale.

Alle 13:05, davanti l’aeroporto di Ciampino, ho pagato sessanta euro il tragitto Fiumicino-Ciampino e per la prima volta nella vita sono stata felice di dare dei soldi a un tassista, che mi dice “Hai visto, hai anche il tempo per un caffè”, mi fa l’occhiolino come un depravato qualsiasi e riparte, e io entro dentro, ai controlli non c’era nessuno, all’imbarco ho fatto addirittura la fila e mentre ero in fila pensavo “Dio, quanto odio gli aeroporti”. A Palma poi ci siamo divertite, abbiamo chiacchierato tanto e preso degli autobus, bevuto un vino greco e mangiato le tapas, perché eravamo pur sempre in Spagna.

In foto un signore che dorme usando le scarpe come cuscino.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *