
Io lo so che ripeto le cose. A volte è voluto, a volte no, in ogni caso è una cosa che faccio. Quando qualcuno me lo fa notare ci resto un po’ male, tipo l’altro giorno che ho raccontato a Giulia una storia divertente del mese scorso, di quando ho messo a cuocere una torta e non avevo acceso il forno e l’ho lasciata un’ora così, senza rendermi conto di nulla, senza chiedermi perché non ci fosse nessun buon odore di torta nell’aria, la luce del forno era accesa e questo mi sembrava sufficiente prova del fatto che tutto stesse andando nel modo corretto, poi è suonato il timer, ho tirato fuori la teglia e niente era cambiato rispetto a un’ora prima e mi sono sentita una cretina, adesso detta così non fa ridere ma a lei l’ho arricchita dei dettagli giusti, ho usato la mimica corretta, era divertente, lei ha fatto un mezzo sorriso obbligato e ha dichiarato: “Sì, me l’avevi già detto”.
Questo per dire che lo so che è una cosa che ho già detto, che odio gli aeroporti, è una cosa che dico sempre, ma lo ripeto di nuovo: odio gli aeroporti e odio gli aerei.
C’è un lungo elenco di cose che odio degli aeroporti e degli aerei. Intanto che bisogna sempre arrivare in anticipo, tu magari hai il volo alle 10 e devi essere in aeroporto alle 8:30 almeno, e mi sembra una gran presa in giro, a me non piace arrivare in anticipo, mi piace arrivare all’ultimo secondo e infatti mi piace per esempio prendere i treni perché si può correre in stazione e prendere il treno un minuto prima che parta e invece con gli aerei non si può fare, con gli aerei ci sono sempre dei momenti che aspetti, dei momenti che fai delle file, dei momenti che devi pagare 2,70€ una bottiglietta d’acqua. Poi in aeroporto sembra sempre che le persone non si ricordino più come si cammina, tu stai camminando seguendo una linea retta e tutti ti passano davanti, si fermano all’improvviso, ti sbattono addosso zaini e valigie, parlano a voce alta in lingue antipatiche come per esempio lo spagnolo e tutto è fastidioso.
Quando siamo andati in California l’aereo partiva nel primissimo pomeriggio e io avevo una gran fame. A Fiumicino i controlli di sicurezza per i voli diretti per gli Stati Uniti sono lontanissimi, in una parte di aeroporto dove non c’è nient’altro che i voli che vanno diretti negli Stati Uniti. Abbiamo camminato per dei corridoi troppo lunghi e molto vuoti e mi è sembrata una camminata infinita, mentre camminavamo io continuavo a pensare a tutte le cose che forse non avevo preso e quando alla fine siamo arrivati a fare i controlli avevo già aggiunto all’elenco delle cose dimenticate a casa le ciabatte, la spazzola e la settimana enigmistica.
Abbiamo comprato un panino caro, mi pare nel mio ci fosse dentro del salmone, ci siamo seduti da una parte a guardare come i nostri bagagli fossero i più grandi di tutti, zaini giganti imbottiti all’inverosimile perché non voglio mai pagare il bagaglio imbarcato e allora rischio sempre e in genere mi va bene, infatti anche per la California nessuno ha detto niente e io sono stata molto soddisfatta.
Poi eravamo finalmente sull’aereo, nei posti più economici di tutti. Ci hanno dato una copertina sintetica e delle cuffiette che si sentivano solo gli alti e per riuscire a intuire qualcosa dovevi mettere il volume al massimo e rischiare di perdere l’udito, funzionavano malissimo, malissimo, ma avevano l’aspetto di un regalo e allora ci hanno fatti felici. Quando l’aereo è partito e dopo un po’ è passato il carrellino con le cose da bere ci hanno dato le mandorle, che sono la mia frutta secca preferita, e abbiamo scoperto che si poteva avere il vino, e l’abbiamo preso. Ci hanno riempito fino all’orlo dei bicchieroni di plastica di vino orribile, sembrava il Primo Maggio e finito il primo ne abbiamo chiesti altri due, perché mai riesco a dire di no alle cose gratis, mi danno una gioia immensa le cose gratis, ma siccome avevo mangiato solo le mandorle alla fine del terzo bicchiere ero sbronza e dopo mezz’ora stavo malissimo, e malissimo sono stata per quasi tutte le dodici ore che durava il volo e non mi ha aiutata il riso col pollo della cena e neanche il panino col burro della colazione.
Ho preso solo un altro volo intercontinentale nella mia vita, quando avevo diciassette anni e sono andata a Melbourne, in Australia, e lì avevo imparato che togliersi le scarpe durante un volo lungo è un errore, perché si gonfiano i piedi e dopo rimetterle è una fatica assurda. Così in questa volta non le ho tolte, le ho tenute ai piedi e i piedi li ho sentiti gonfiarsi dentro le scarpe e ho allentato un po’ i lacci ma ho resistito e alla fine ho sadicamente riso della signora di fianco a me che non aveva avuto la mia lungimiranza e all’arrivo aveva dovuto lottare e soffrire per rimettersi gli stivaletti ai piedi. E mentre la signora lottava con gli stivaletti noi ci siamo goduti l’atterraggio, io avevo smesso di stare male per il vino orrendo bevuto svariate ore prima e sotto di noi si vedeva San Francisco, abbiamo iniziato a scendere sul mare della baia, sempre più in basso, era bello, a un certo punto abbiamo iniziato ad avere paura che ci saremmo tuffati in acqua con tutto l’aereo, perché davvero l’aeroporto di San Francisco è circondato dall’acqua, mai visto un aeroporto così in mezzo all’acqua, ma alla fine è comparsa una pista e siamo in California.
La foto è una foto che ho scattato in aeroporto, a voler essere precisi non è l’aeroporto di Fiumicino, è un altro aeroporto, ma che importa?

Cuffiette, mandorle e vino gratis? È davvero il sogno americano
California Dreamin’