
Per andare a lavoro faccio la tangenziale. Anche per tornare faccio la tangenziale, e quindi vuol dire che faccio la tangenziale due volte al giorno. In una settimana, siccome lavoro cinque giorni, ma ogni tanto sei, sono dieci volte, ogni tanto dodici, undici in media; in un mese quarantaquattro volte e in un anno cinquecentoventi volte togliendo qualche giorno che sono in ferie e aggiungendo un po’ di giorni che magari invece passo per la tangenziale anche per andare da altre parti che non sono il lavoro. Da casa a lavoro sono venti minuti se non c’è traffico e quaranta se c’è traffico e cinquanta se c’è molto traffico insomma per farla facile possiamo calcolare mezz’ora per ogni andata e ogni ritorno e vengono fuori: duecentosessanta ore che ogni anno passo sulla tangenziale.
Tutto questo esercizio di matematica mica perché mi piace fare le somme, ché anzi cinquecentoventi diviso due ho controllato con la calcolatrice se avevo fatto giusto come facevo anche al liceo, quando facevo i compiti di matematica, al quarto liceo scientifico a fare le derivate e gli integrali e io a controllare che quarantotto diviso due davvero facesse ventiquattro, tutto questo calcolo solo per dire che la tangenziale è proprio la strada che conosco meglio di tutte.
Faccio un sacco di ragionamenti mentre guido sulla tangenziale, un sacco di pensieri, ogni anno duecentosessanta ore di pensieri e ragionamenti che cambiano a seconda dell’ora in cui la attraverso.
Quando è mattina prima dell’alba le luci mi sembrano bellissime: le frecce delle poche pochissime macchine che incrocio, le luci dei distributori, i catarifrangenti – che parola poi, catarifrangenti, l’ho sempre trovata una parola assurda – tutte queste luci mi sembrano belle. Oppure la nebbia, c’è l’uscita per Tor di Quinto dove certe mattine c’è questa nebbia da Pianura Padana: se qualcuno della Pianura Padana mai leggerà questo mio sproloquio sulla tangenziale so già che starà pensando che non so di che parlo, che la nebbia della tangenziale è sicuro una nebbiolina e non è paragonabile neppure un po’ alla vera nebbia padana, ché si diventa sempre un po’ fieri di queste cose, la nebbia padana e il maestrale sardo a ognuno i suoi particolari fenomeni atmosferici, però davvero io vi giuro che certe mattine presto prima dell’alba se prendi l’uscita per Tor di Quinto ti ritrovi a guidare in mezzo al niente, una cosa spaventosa, spaventosa e bella, prima o poi prenderò qualche cinghiale nella nebbia di Tor di Quinto, ma per adesso che ancora non ho preso nessun cinghiale quando è mattina e sono lì in mezzo a quest’aria che sembra latte o burro in quei momenti la nebbia mi sembra poetica, la mattina tutto mi sembra poetico forse perché così la sveglia alle cinque mi convinco quasi che ne sia valsa la pena.
Il pomeriggio invece mi viene la disperazione, ma prima della tangenziale, mentre cerco di raggiungerla e c’è a Porta Maggiore un disordine incredibile di macchine che si infilano ovunque, un insieme di macchine vicinissime e immobili e penso Ecco i miei trent’anni, sono questi, i miei trent’anni sono io alle 15:45 in ritardo come sempre bloccata senza motivo in questo ingorgo e non so cosa sto facendo o perché lo sto facendo, so solo che devo andare avanti, vincere la mia lotta con questa Mini cafonissima con gli specchietti con la bandiera inglese, non farmi superare e accettare il fatto che niente abbia un senso e si viva per godere di quelle piccole gioie quotidiane come essermi ricordata, per una volta, di spostarmi un po’ sulla destra per evitare quell’enorme buca dove in genere affondo.
Poi c’è anche la notte, che è simile alla mattina prima dell’alba ma c’è una maggiore probabilità di deviazioni, tu guidi e dal niente deviazione e allora mi perdo perché il mio senso dell’orientamento non esiste, quindi devo prendere il cellulare, riuscire ad attaccarlo al vetro con quella ventosa che si stacca sempre, sperare che Google Maps mi faccia fare una strada sensata, tutta una pratica fastidiosa, ma a parte questo di notte non c’è la nebbia e metto la musica, colonne sonore improbabili, cose che vengono dalla mia adolescenza tipo James Blunt e Alanis Morrisette. O anche da prima della mia adolescenza, tipo Infinito dei Litfiba, che è un cd che ascoltavamo sempre quando andavamo al mare con la Panda a cui a un certo punto era esploso il catalizzatore, un’altra strada che ho fatto centinaia di volte, io avevo tra i sei e i dieci anni e Piero Pelù cantava
Duello duro col tempo,
con il passato e il presente.
E pure oggi mi dovrò affilar le unghie.
(La foto è un misto di tutto quello che ho scritto, perché era mattina ma non troppo presto e c’era la nebbia e c’era il traffico e c’era anche la musica e forse davvero niente proprio niente poteva essere più didascalico di questa brutta foto.)
