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( Una premessa: Pacatazzi nasceva come blog di viaggio, anche se forse a me non è mai importato in fondo niente di dare consigli di viaggio. Volevo una scusa per scrivere, che è una cosa che mi fa stare bene ma che negli ultimi anni faccio fatica a mettermi lì e a fare, perché ci sono stati gli anni che mandavo i raccontini alle riviste online e poi però ora le riviste online temo mi abbiano un po’ annoiata e però scrivere per me stessa non sono mica tanto capace, mi piace scrivere con l’idea che qualcuno poi legga. Allora, mi ero detta, se metto su questa cosa che racconto i viaggi che faccio forse funziona. Non ha funzionato, o ha funzionato per molto poco tempo, e infatti non ho più scritto nulla. Qualche giorno fa mi sono ricordata che in effetti l’unico modo per scrivere è poi sempre quello, aprire il computer e iniziare da una frase e andare avanti finché non arrivano le altre, cancellare, riscrivere, ricancellare, e alla fine è venuto fuori questo raccontino, che ha le sue tante pecche perché viene dopo un sacco di tempo e perché avrei dovuto rileggerlo molte più volte ma che mi sembra in fondo decente e sono contenta che è uscito fuori e quindi insomma, lo carico qui e se lo leggete mi fa piacere. Ciao. )
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Mi sveglio e penso che non mi va di buttare la giornata che ho davanti. È la mia giornata libera ed è importante pianificare le giornate libere con precisione e col massimo dell’anticipo possibile perché le giornate libere sono pericolose, eventi insignificanti possono renderle terribilmente malinconiche e in un attimo ti ritrovi che è sera e hai addosso quel senso di colpa di quando non hai fatto niente di quello che avresti voluto fare.
Allora pianifico e mentre pianifico faccio colazione mangiando quello che mangio sempre, cioè uno yogurt bianco e del pane con la ricotta. Per ritenermi del tutto soddisfatta la ricotta deve essere di capra e lo yogurt deve essere di una marca specifica, cioè Vipiteno, latteria che produce per distacco il miglior yogurt sul territorio nazionale. Una volta ho provato a invertire le due cose, cioè ho comprato ricotta di vacca e yogurt di capra; è stata una pessima idea perché la ricotta di vacca non sa di niente e lo yogurt di capra fa schifo.
C’è stato poi anche nella mia vita un breve periodo in cui una volta a settimana preparavo lo yogurt da mangiare la mattina, perché fare lo yogurt è facile in un modo che uno fa addirittura fatica a crederci: si mette un po’ di yogurt in un litro di latte tiepido e si lascia avvolto in una coperta e si aspetta tutta la notte e la mattina ci si sveglia e dove c’era un litro di latte c’è un litro di yogurt. Una trasformazione forse meno impressionante dell’acqua che diventa vino ma comunque d’effetto come d’altronde sempre sono d’effetto e bellissime tutte le cose che si trasformano: il sole che diventa rosso mentre tramonta, le pietruzze che girano dentro ai caleidoscopi, l’aceto che scioglie il calcare, i lividi che cambiano colore, i fiori nella piantina sul balcone che sbocciano e appassiscono e diventano peperoncini che sono prima verdi poi gialli e poi cremisi e infatti una delle cose che devo fare oggi è raccoglierli e congelarli.
Dopo colazione accendo il computer per fare il 730 e lui per prima cosa mi informa che ho fatto l’ultimo backup 186 giorni fa. Mentre mi chiedo cosa ho fatto 186 giorni fa oltre al backup del computer vedo una cartella che si chiama “Foto da sistemare” in un angolo del desktop. Riesco a non aprirla e schivo con soddisfazione il primo reale pericolo di arenare la giornata sul viale dei ricordi, solo che poi il sito dell’Agenzia delle Entrate non funziona e inizio a cercare una macchinetta fotografica a pellicola perché mi è venuta voglia di comprarne una dopo che Giulio ci ha mandato le foto scattate al suo compleanno con delle usa e getta. Dopo un’ora e mezza mi aggiudico su Ebay un lotto di 15 punta e scatta analogiche. L’andrenalina scatenata dall’asta Ebay mi fa venire fame e mi rendo conto che in effetti è ora di pranzo. Cucino una frittata con cipolle e dei piselli col prosciutto e mangio guardando Criminal Minds alla tv. È un periodo che mi piace guardare le cose alla tv, prenderle già iniziate e lasciarle a metà e non avere l’impegno di cercare le cose in streaming e sentirmi del tutto a mio agio a guardare questi polizieschi dalla trama prevedibile dove tutti i detective sono bellissimi. Spengo mentre il serial killer di turno sta per sezionare la terza vittima e vado a letto a fare un riposino perché niente è bello come dormire il pomeriggio e non esiste una giornata libera in cui io non dormo dopo pranzo.
Riapro gli occhi e guardo la sveglia: segna le 15:03, che vuol dire che sono le 16:10 perché quella sveglia è indietro di 67 minuti, cioè l’ora legale più altri 7 minuti a caso. Mi dico che è un orario decente e mi alzo e mi metto a fare i piatti, che erano accumulati già da tutto il giorno prima perché tra le faccende domestiche fare i piatti è quella che odio più di tutte – addirittura più di stendere il bucato e più di ritirare il bucato steso – e allora rimando finché posso ovvero finché una delle due metà del lavello è ancora libera. La catasta di piatti sporchi non è esagerata ma molto precaria e implode su sé stessa quando estraggo da un lato un cucchiaio che avrei giurato non avesse alcuna funzione nell’equilibrio della pila di stoviglie ma evidentemente ne costituiva le fondamenta.
Cosa resta degli amori passati? Di Vincenzo mi restava questa tazza che si è rotta nel crollo, divisa in tre pezzi di dimensioni simili che gli antichi giapponesi avrebbero senza dubbio ricomposto con la nobile arte del kintsugi che tutti conosciamo perché ci avete annoiato a morte con questa cosa del riparare i cocci con l’oro e io invece ora l’unica possibilità che ho per non precipitare in una spirale di ricordi e riflessioni e nostalgie è buttare tutto nell’indifferenziato: però non lo faccio e penso che da qualche parte devo avere del super attak e inizio a cercarlo pur nella consapevolezza che, se mai lo troverò, sarà di certo secco.
Con Vincenzo ci siamo voluti molto bene per un periodo breve. Usavamo entrambi la parola avantieri e odiavamo entrambi le patatine San Carlo Pepe Rosa & Lime e preferivamo i gatti ai cani e dopo pochi giorni immaginavamo di arredare una casa insieme, con la carta da parati e la libreria svedese e Eclisse di Magistretti sul comodino e dopo tre mesi abbiamo smesso di sentirci in maniera improvvisa e definitiva senza che fosse successo poi nulla di drammatico e forse a impegnarci un po’ davvero avremmo potuto essere amici. Così ora il rimpianto di questo rapporto perso e della tazza rotta rischiano davvero di farmi passare l’intero pomeriggio a immaginare futuri alternativi. Abbandonata ogni speranza di ritrovare il super attak che sono comunque sicura essere da qualche parte nel mobile ad angolo della cucina esco a fare l’unica cosa che può forse riuscire a salvare la situazione: comprare una nuova tazza.
Fuori fa un po’ più caldo di quanto vorrei e i primi due negozi in cui vado sono una delusione perché hanno solo tazze troppo grandi o troppo piccole. Nel secondo ne trovo una della dimensione giusta ma ha il manico e io la voglio senza. Esco e una signora che ha abbinato con eccessiva nonchalance righe e pois mi chiede con un accento del nord che non riesco a collocare se le so dire come si arriva in via Leopardi. “Certo”, le rispondo con sicurezza, perché non accetto di non ricordare le vie del quartiere dove vivo da cinque anni. Le fornisco delle indicazioni precise ma quasi sicuramente sbagliate. La saluto e mentre mi dirigo verso il terzo negozio di casalinghi verifico sul cellulare l’effettiva erroneità delle informazioni che ho dato.
Per contrappasso mi perdo due volte prima di ricordarmi dov’era questo cristo di negozio e mentre vago riflettendo sul mio senso dell’orientamento inesistente stacco dal davanzale di una finestra un pezzetto di Tradescantia Nanouk, una pianta con le foglie striate rosa e verdi che cercavo da un po’.
La sera, la Tradescantia a fare le radici in una bottiglina messa sul frigo, la tazza nuova pagata un po’ troppo, blu a fiorellini gialli molto piccoli, poggiata vicino alla macchinetta del caffè, mi metto a letto e penso che comunque, alla fine, anche se non ho fatto il 730, è stata una buona giornata.
La foto è una foto che non c’entra niente col racconto ma mi piace e quindi ve la tenete. L’ho scattata in Spagna qualche mese fa.

Con apparente banalità riesci sempre a scrivere cose accattivanti e coinvolgenti … viene voglia di sapere come continua! non smettere…
magari ne scriverò un seguito allora! Sono contenta che ti sia piaciuto. Grazie per le belle parole
Uei! Non so se leggi i commenti o se ti ricordi di me. Ti leggo ancora quando ho occasione, quindi non preoccuparti: qualcuno ti legge di certo qui sopra.
Buon tutto!
Lidia, che bella sorpresa! Il tuo commento (li leggo – con ritardo ma li leggo) mi fa super piacere. Sono felice di risentirti. Un abbraccio grande e spero starai passando delle belle giornate di fine estate.